Il CTC sul digitale terrestre di Capri Event

Grazie alla collaborazione con l’emittente Capri Event specializzata negli eventi, culturali, di costume e religiosi in Campania, la messa domenicale delle 9:30 approda anche in TV, sul canale 95 del digitale terrestre.
Il nome di Capri è legato ad Amalfi da secolare memoria già dal ‘987, in quanto Capri fu suffraganea all’Arcidiocesi di Amalfi fino al 27 giugno 1818 per poi essere unita alla limitrofa diocesi di Sorrento.
La collaborazione con l’importante emittente campana apre le porte delle principali celebrazioni della Basilica Cattedrale a quei fedeli impossibilitati a recarsi a messa, ammalati spesso poco pratici di social network e di utilizzo di tecnologie per seguire le dirette streaming via web.

La statua di S. Andrea ed i suoi ornamenti

di Antonio Amatruda

La statua d’argento di S. Andrea Apostolo, patrono di Amalfi, fu commissionata dall’arcivescovo Mons. Michele Bologna all’argentiere Giuseppe Conforto su disegno e modello dello scultore Matteo Bottigliero, discepolo di Lorenzo e Domenico Antonio Vaccaro.

L ‘opera fu pronta per la festa del 30 novembre 1717 secondo le caratteristiche che presule e argentiere pattuirono il 10 luglio 1717. Eccone alcune: la statua da sopra la pedagna alla testa avrebbe dovuto essere alta quattro palmi (cm 104); il braccio destro col gomito appoggiato alla croce dorata ed in mano un mazzo di fiori recante al centro la reliquia dell’Apostolo; il sinistro abbracciare il libro del Vangelo aperto anch’esso dorato.

Il costo della manifattura fu di 500 ducati. L’argento fu fornito da mons. Bologna e in precedenza l’argentiere si era obbligato a non utilizzare più di ottanta libbre di metallo. Evidentemente questa era la quantità di cui disponeva il presule.

Dal poemetto Le Glorie di Mons. Bologna composto dal poeta di Tramonti Matteo Abbate poco dopo la morte del presule, apprendiamo come egli riuscì a procurarsi l’argento necessario:

Alla sua casa poi pensò mandare

tutto l’argento suo fece venire

con dire che voleva comitare

molti signori, e non potea complire

venne l’argento e senza pur tardare

in Napoli mandollo con ardire

La statua fe fare com’è noto

A Sant’Andrea Suo e sciolse il voto.

Mons. Bologna dunque utilizzò l’argento del vasellame di famiglia che chiese ai suoi parenti col pretesto di non sfigurare in occasione di un banchetto. E’ opportuno ricordare che i Bologna erano nobili, patrizi napoletani e duchi di Palma, l’attuale Palma Campania.

Sciolse il voto. Così si concludono i versi. Dallo stesso poema apprendiamo che una grave malattia colpì l’arcivescovo e fece temere per la sua vita quando iniziò i lavori per trasformare il duomo. Attribuì la guarigione all’intercessione di S. Andrea per cui il presule provvide ad abbellire la cattedrale secondo i nuovi gusti barocchi con ancora maggiore impegno. La realizzazione della statua fu il culmine di un’immane attività che impegnò l’arcivescovo più di dieci anni e costò più di 20.000 ducati come emerge dalla lapide commemorativa posta in duomo accanto alla porta di bronzo.

Nella mano destra al centro della ghirlanda di fiori vi è una reliquia del ginocchio di S. Andrea, la rotula, reliquia che in precedenza era inserita nel petto della statua in rame dorato.

Il reliquiario d’argento a forma di medaglione che pende dal collo contiene due pezzetti di legno uniti in croce decussata. Sono reliquie delle croci del martirio dei due fratelli S. Pietro e S. Andrea. Questo interessante particolare non si rinviene in due inventari degli inizi dell’ottocento in cui si descrive la “reliquia nel petto col legno della sua croce”, quindi del solo S. Andrea.

L’ultimo inventario presente nell’archivio capitolare, del 1931, specifica ancora una volta che si tratta delle reliquie dei legni del martirio dei due Apostoli. Probabilmente l’autore, il canonico del duomo don Giacomo Covone, aveva sotto mano l’antico inventario del 1743 e su di esso basò la descrizione.

Il medaglione attuale  fu realizzato nel 1765 e sostituì il precedente descritto nel 1743 vendendo gli ex voto che erano appesi alla statua. Quasi tutti i donatori degli ex voto venduti sono anonimi. Tuttavia c’è un’eccezione che piace brevemente citare. Il 29 novembre 1731 davanti al notaio Giuseppe Casanova l’amalfitana Angela Cimino affermò che i mesi passati era stata colpita da febbre maligna per cui era stata licenziata dai medici ed aveva ricevuto anche i Sacramenti, in pratica non c’era più niente da fare. Fece perciò voto a S. Andrea che se fosse guarita avrebbe donato 

la catenina d’oro più grande che aveva. Ottenuta la guarigione per intercessione dell’Apostolo, consegnò al sacrista maggiore una “cateniglia d’oro” di tre once meno un terzo, equivalenti a circa 70 grammi, da appendere al collo della statua di argento.

***

Dalla visita pastorale di mons. Scorza del 1743 apprendiamo alcuni particolari della statua.

I fiori nella mano sinistra.  Il sacerdote don Onofrio Aurisicchio di Atrani, già Vicario Generale di mons. Bologna, nel suo testamento lasciò 15 ducati per un fiore di argento da eseguire per S. Andrea oppure un’altra suppellettile a discrezione degli eredi.  Un analogo legato era previsto per la statua di santa Maria Maddalena di Atrani.

Il nipote dottor Orazio Aurisicchio donò il fiore il 31 ottobre 1732. Come dichiarò al notaio i motivi del gesto erano di adempiere al legato, la devozione ed affetto che portava per S. Andrea ed affinché si accrescesse la devozione dei fedeli verso l’Apostolo.

L’opera aveva un valore di trenta ducati ed è così descritta: “un fiore d’argento consistente in tre fiori, cioè quello di mezzo ad uso di Garofalo, e l’altri due in una Nemola, et in un Ranuncolo grossi”Fu consegnata a don Giovanni Battista  Gambardella Tesoriere e Sacrista maggiore della Cattedrale il quale ricevendolo promise di porlo nelle mani di S. Andrea e di non toglierlo per nessun motivo.

I tre fiori dunque sono al centro un garofano ed ai lati un ranuncolo ed un’anemone. Tuttavia non è chiaro quale sia l’uno e quale l‘altro.

Sono fiori non casuali ma ciascuno dotato di un preciso significato. Ad esempio il garofano spesso è simbolo del martirio.  La simbologia dei fiori nella storia dell’arte non è univoca ma cambia in base all’epoca e al contesto, per cui è opportuno che si pronuncino gli esperti in materia.

***

Il busto di S. Andrea in occasione delle feste del 27 giugno e 30 novembre è ornato del collare dell’Ordine del Toson d’oro e di una crocetta di smeraldi, esposti  durante l’anno nel museo diocesano ( vedi il collare  e  la crocetta).

La provenienza del collare dell’Ordine del Toson d’oro è ignota. Un fermaglio d’argento riporta lo stemma di mons. Pietro Agostino Scorza, arcivescovo dal 1731 al 1748. Tuttavia è assai improbabile che provenga dalla sua famiglia in quanto erano nominati cavalieri dell’Ordine solo i membri delle case regnanti e i maggiori nobili d’Europa.

La crocetta di smeraldi è dono dell’arcivescovo Silvestro Miccù (1804 – 1830), francescano dei Frati Minori Osservanti. Egli nel suo testamento lasciò alla cattedrale due croci pettorali. Una di pietre false da collocarsi al petto della statua di bronzo della cripta. Dell’altra di pietre autentiche cosi dispose: “E l’altra atra croce di pietre fine voglio che si adorni il petto della statua grande di argento dello stesso santo apostolo”. Nell’inventario stilato dopo la sua morte, nel 1830, la crocetta con pietre preziose è così descritta: “Una croce con brillanti e pietre verdi per uso episcopio e laccio di margheritina e fiocchi d’oro” del valore di 205 ducati.  E’ appunto il prezioso oggetto che da allora possiamo ammirare al petto del Santo in occasione delle feste.

S. Filippo Neri e S. Ignazio di Loyola compatroni di Amalfi

Il quarto centenario della proclamazione di S. Filippo Neri e S. Ignazio di Loyola compatroni di Amalfi (1622 -2022)

Il 12 marzo 1622 papa Gregorio XV proclamò Santi cinque grandi figure del cattolicesimo: Filippo Neri, Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Isidoro e Teresa d’Avila.

S. Filippo Neri e S. Ignazio di Loyola erano particolarmente venerati ad Amalfi tanto che nello stesso anno furono proclamati compatroni della località costiera.

Il 30 luglio 1622 il Capitolo amalfitano deliberò di supplicare il Vicario generale, Federico Conti, affinché proclamasse S. Filippo Neri protettore sia del Capitolo sia della Città per le tante grazie che concedeva la mano di Dio grazie alla sua intercessione.  Inoltre chiedeva che fosse festeggiato come gli altri compatroni e destinato al suo culto un altare nella chiesa del Crocifisso. Il giorno seguente, 31 luglio, il governo cittadino presentò una richiesta simile affinché il Santo fosse annoverato tra i protettori del paese.

Le suppliche furono accolte dal Vicario, sebbene la data precisa in cui il santo fiorentino fu proclamato compatrono è ignota. I padri dell’Oratorio fecero dono alla chiesa amalfitana di alcune reliquie di S. Filippo, un frammento del fegato e il manico dell’abito. L’ingresso delle reliquie avvenne con una solenne cerimonia il 17 settembre 1622.  Il rito ci è noto grazie ad una cronaca lasciataci dal notaio amalfitano Silverio Vinaccia.

Le reliquie, collocate in un busto dorato (oggi esposto al Museo Diocesano), furono portate da Napoli nella chiesa di S. Pietro a Cetara, allora confine orientale della diocesi.

Qui giunsero via mare vicario, capitolo, clero e numerosi fedeli amalfitani con trenta barche. Su una erano state poste le statue degli altri compatroni cittadini, S. Macario, S. Vito e i SS. Cosma e Damiano.

Vicario e Capitolo scesero a terra. Il busto reliquiario di S. Filippo fu messo in una barca, precisamente una feluca, su un altaretto coperto da un baldacchino con lampioni accesi. Il corteo di barche mosse in direzione di Amalfi. Il vicario e una parte del clero presero posto nella feluca con S. Filippo. La barca non avanzò a remi ma fu rimorchiata da un’altra dove erano le statue degli altri compatroni e il rimanente clero.

“Con grandissima festa suoni, canti, trombe, organo, tamborri, et disparare dall’archebuscieri, et dalle torre et castelle” S. Filippo fu calato nelle marine di Maiori, Minori ed Atrani, dove erano stati allestiti degli altari, al canto del Te Deum ed altre lodi.

Finalmente il corteo arrivò ad Amalfi salutato da spari dalle torri cittadine, suono di trombe e archibugiate, in una città illuminata da mille torce e tra una moltitudine di fedeli.

Due canonici portarono il reliquiario in processione sino ai piedi della scalea del duomo dove ad accoglierlo era la statua di S. Andrea. (si tratta di una statua precedente a quelle oggi presenti in duomo, non più esistente).

Il vicario in ginocchio pregò affinché S. Filippo proteggesse la città. I deputati del governo cittadino, Francesco d’Afflitto e Giovan Domenico Casabona ratificarono di nuovo il decreto di nomina a compatrono.

Il busto reliquiario fu collocato in un altare alla chiesa del crocifisso.  La devozione ed i voti per il santo fiorentino accrebbero grazie a un avvenimento miracoloso accaduto lo stesso giorno. La mattina stava “lampando et tronando et piovellicando” ma appena le barche presero la via del mare alla volta di Cetara il tempo si rasserenò restò lucido il cielo, senza pioggia né tuoni ma con il sole con l’aria specchiata.

E’ probabile che il culto a S. Filippo Neri fu introdotto ad Amalfi da un sacerdote locale che esercitava il suo ministero nella congregazione dell’Oratorio di Napoli, padre Donatantonio Rosa (per approfondire leggi qui pp. 656 – 657).

Egli tre anni dopo l’ingresso solenne delle reliquie, nel 1625, fondò con alcuni sacerdoti amalfitani un oratorio filippino (per approfondire leggi qui) presso la chiesa di S. Maria Maggiore o Chiesa Nuova. Si insediarono in uno stabile di fronte alla chiesa che donò loro Ferdinando Amendola il 14 gennaio 1625 (oggi vi è un ristorante).

L’oratorio amalfitano ebbe vita breve. Nel 1655 vi erano solo due padri. L’anno successivo padre Donatantonio Rosa rassegnò le dimissioni nelle mani dell’Arcivescovo.

Nel settembre 1622 fu proclamato compatrono anche S. Ignazio di Loyola con lo stesso iter seguito per S. Filippo Neri. In questo caso fu il chierico D. Giulio Bonito a caldeggiare la nomina tramite il Capitolo per la grande devozione che la sua famiglia aveva per il Santo. Anche di S. Ignazio furono donate delle reliquie in un busto oggi esposto al Museo diocesano accanto a S. Filippo Neri.

Le reliquie dei due Santi, così come degli altri compatroni e di molti altri, nella prima metà del XVIII secolo furono tolte dagli originali reliquiari e collocate in altri busti di fattura simile oggi esposti nella cappella del coro.

S. Filippo Neri e S. Ignazio di Loyola sono stati festeggiati come patroni minori di Amalfi e di conseguenza con un ufficio divino particolarmente solenne di rito doppio maggiore (leggi qui per il significato) sino all’episcopato di mons. Angelo Rossini (1947 – 1965).

E’ opportuno segnalare che nel periodo in cui ad Amalfi vennero proclamati per compatroni i citati Santi fiorivano in tutta la chiesa tali iniziative che talora portarono a nominare  anche semplici beati, non ancora cioè proclamati santi. Fu il caso, ad esempio, di S. Andrea Avellino, dichiarato compatrono della chiesa napoletana nel 1625 quando era solo beato. Per porre termine agli abusi e le troppo frequenti proclamazioni di patroni intervenne papa Urbano VIII nel 1630 con il  Decretum pro patronis in posterum eligendis che tolse il potere di nomina alle diocesi attribuendolo alla Congregazione dei Riti dopo una rigorosa istruttoria.

In viaggio con Maria: il bastone di S. Giuseppe

Continua l’appuntamento con la rubrica di Paolo Belluccio, nella seconda puntata in onda domani 20 maggio, alle 15:30 su YouTube e canali social, si parla della figura di S. Giuseppe promesso sposo della Beata Vergine Maria. Il suo bastone, venerato da quasi tre secoli, fu rubato in un convento di padri carmelitani del Sussex, in Inghilterra, dove si trovava esposto fin dal XIII secolo.

Alla fine la reliquia si è fermata a Napoli nel 1712 come dono al cantante d’opera Giuseppe Grimaldi, detto Nicolino che allestì in casa propria l’esposizione del bastone per la pubblica venerazione a partire dal 1714.
Il 17 gennaio 1795, la reliquia fu definitivamente trasferita nella chiesa napoletana di San Giuseppe dei Nudi.

In viaggio con Maria

in questo mese di maggio, da un’idea del giovane salernitano Paolo Belluccio, educatore e creatore di laboratori amatoriali, prodotto dal Centro Televisivo Cattedrale di Amalfi, un percorso di racconti mariani su racconti di Bruno Ferrero, per rendere a Maria, madre di Gesù e madre nostra, l’omaggio della preghiera e della venerazione ed affinché la Vergine, volga i suoi occhi misericordiosi implorando per noi da Dio, Padre di misericordia, che questa dura prova finisca e che ritorni un orizzonte di speranza e di pace.

La prima puntata sarà trasmessa in diretta, oggi su questa pagina, sui canali social del Centro Televisivo Cattedrale di Amalfi, YouTube e pagina Facebook dell’ufficio per le comunicazioni sociali della Diocesi di Amalfi Cava de’ Tirreni.

Maggio è tradizionalmente il mese dedicato alla Madonna. Dal Medio Evo a oggi, dalle statue incoronate di fiori al magistero dei Papi, è una devozione popolare molto sentita.
Nell’enciclica Mense Maio datata 29 aprile 1965, Paolo VI indica maggio come «il mese in cui, nei templi e fra le pareti domestiche, più fervido e più affettuoso dal cuore dei cristiani sale a Maria l’omaggio della loro preghiera e della loro venerazione.»

Sabato Santo, giorno del silenzio

Sabato Santo è un giorno per meditare sul silenzio di Dio, ma anche sul nostro silenzio per ascoltare meglio la Sua Parola.
Dio alle volte si nasconde per farsi cercare e trovare, fa silenzio perché possiamo meglio gustare la Sua presenza e la Sua voce. Pensiamo al valore del silenzio, con la profondità del pensiero di Madeleine Delbrêl: “Il silenzio non ci manca, perché lo abbiamo.  

Il vero rumore è l’eco che le cose hanno in noi. Non è il parlare che rompe inevitabilmente il silenzio. Il silenzio è la sede della Parola di Dio, e se, quando parliamo, ci limitiamo a ripetere quella parola, non cessiamo di tacere.

Il dolore dei molti, oltraggiati dalla violenza e sofferenza inflitta dalle vicende umane, del nostro tempo, sono lancinanti piaghe inferte al Figlio dell’Uomo, che dice Isaia: “maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca”; fu un silenzio, intimo tormento, che vedrà luce: la vittoria della vita sulla morte.

SS. Quarantore in Cattedrale

Preghiera e solidarietà umana e cristiana alla città di Amalfi e alla sua Chiesa

Anche l’Arcivescovo di Amalfi – Cava de’ Tirreni Mons. Orazio Soricelli ha voluto far giungere alla città e Chiesa di Amalfi la Sua vicinanza per i drammatici accadimenti relativi alla frana che ha interessato il quartiere Vagliendola.

In queste ore di ansia e preoccupazione – scrive il Pastore della Diocesi Amalfitana – Cavense – sono vicino con la preghiera e la solidarietà umana e cristiana alla città di Amalfi e alla sua Chiesa, ferita ancora una volta nel suo fragile territorio, e ai soccorritori nonché a quanti sono impegnati a ridare sicurezza e serenità alla nostra bella cittadina.

La tempestiva rete organizzativa, la generosità di tutti, rendono visibile l’anima collettiva della nostra città. Il mio pensiero – conclude Soricelli – va soprattutto a coloro che hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni: possano ritrovare al più presto il necessario calore della loro casa. L’apostolo Andrea, nostro celeste patrono e il santo vescovo e martire Biagio, continuino ad intercedere e a vegliare su tutti noi.
+ Orazio Soricelli, Arcivescovo

Crollo strada Vagliendola, apprensione ad Amalfi

Un notizia che ha creato non poca apprensione alla comunità amalfitana, afflitta dal crollo di un tratto di strada pedonale del rione Vagliendola, dove tra l’altro è ubicata la chiesetta di San Biagio.
L’enorme quantità di materiale franato sulla Statale è motivo di preoccupazione ed apprensione per il traffico veicolare in essere in quelle ore.
Sono momenti di trepidazione e timore. Preoccupazioni anche per le abitazioni ed i suoi occupanti, per le famiglie tutte a cui vogliamo esprimere come gruppo del CTC la nostra vicinanza, solidarietà e comprensione, invitando tutti all’aiuto reciproco e alla preghiera.

O Santo Biagio di cui domani cade la tua ricorrenza liturgica: “O Glorioso San Biagio, che, con una breve preghiera, restituisce la perfetta sanità ad un bambino che per una spina di pesce attraversata nella gola stava per mandare l’ultimo anelito, ottenete a noi tutti la grazia di sperimentare l’efficacia del vostro patrocinio.”

Il ritrovamento del capo di S. Andrea

di Antonio Amatruda

Le reliquie del corpo di S. Andrea furono portate da Costantinopoli ad Amalfi nel 1208 dal Cardinale Pietro Capuano, legato pontificio al seguito della quarta crociata.
Non tutte furono collocate sotto l’altare maggiore della cripta. Alcune, tra cui il capo, vennero nascoste in un luogo segreto per evitare che potessero essere trafugate.
Le reliquie nascoste furono trovate una prima volta il 2 gennaio 1603 in occasione della trasformazione barocca della cripta voluta dai re di Spagna Filippo II e Filippo III. Di fronte all’altare si decise di costruire il coretto che oggi si vede eliminando l’antica sagrestia. Durante i lavori, otto palmi sotto terra (2,08 metri in quanto il palmo equivaleva a 26 cm) e 20 palmi dall’altare (5,20 metri) furono rinvenute nella cassa di marmo che oggi è murata nella parete della scala che conduce alla cripta con iscrizione Corpus S. Andreae Apostoli.

Venne redatto un verbale di ritrovamento in due copie sottoscritte dall’arcivescovo Giulio Rossini, dal sindaco Pompeo d’Alagno ed altri ecclesiastici e rappresentanti del governo cittadino. Una copia fu inserita nella cassa che sei giorni dopo venne di nuovo riposta nel coretto. L’altra copia fu conservata in Archivio. Il documento si concludeva con l’invito a chiunque avesse letto di non divulgare la notizia «affinché si eviti qualche furto di un tanto tesoro».

Il segreto comunque non fu mantenuto. Lo storico Francesco Pansa (1671 – 1718) nell’Istoria dell’antica repubblica d’Amalfi pubblicata postuma nel 1724 scrive che Pietro Capuano ripose metà delle reliquie sotto l’altare dove scaturisce la manna; l’altra metà con il capo nel muro del coro di fronte all’altare in un’arca marmorea coperta di un panno di seta rossa così ritrovata nel 1608 dai muratori che costruivano la nuova cripta per ordine dei re Filippo II e III. (reposuit illarum medietatem subtus altare, unde divinus liquor scatet, aliam vero medietatem cum capite reposuit in muro chori in cospectu altaris intus arcam marmoream serico rubeo coopertam, sic repertam in anno 1608, a muratoribus construentibus ordine Philippi II et III Sacellum, nova et regia forma).
La data del 1608 è sbagliata, non risulta che la cassa fu trovata avvolta in un panno di seta rossa ma tutto il resto è esatto.
Nel 1846 si approfittò dei lavori di sostituzione del pavimento della cripta per verificare la reale presenza di parte del corpo dell’Apostolo. Si doveva costruire una volta sotto al pavimento del coretto, probabilmente per eliminare avvallamenti. Il provicario generale dell’arcidiocesi Nicola Camera avvertì di sorvegliare le operazioni di scavo in quanto l’arcivescovo Mariano Bianco gli aveva «segretamente comunicato una carta antica, da più tempo presentatale riservatissimamente», cioè il verbale del 1603.
Com’è noto lo scavo ebbe esito felice. Individuato il sito, la cassa fu estratta a porte chiuse alle sette di sera del 28 gennaio 1846.
Il provicario Nicola Camera era già stato autore di una storia di S. Andrea nel 1830 e soprattutto era fratello di Matteo Camera che all’epoca era già uno storico affermato. Tuttavia questi non dà credito a Pansa di cui più volte evidenzia gli errori nella sua Istoria della città e Costiera di Amalfi del 1836.

Anche a molti anni di distanza dal ritrovamento, nelle Memorie storico diplomatiche del 1876, Camera non dà atto che quanto riferisce Pansa era vero, limitandosi ad affermare che «un’antica e costante tradizione tramandata di generazione in generazione e di poi avvalorata dalla nuova scoperta di un pubblico documento affermava l’esistenza della testa di S. Andrea in Amalfi giacente sotterra e discosta dal rimanente corpo».
Eppure le indicazioni di Pansa sono addirittura più precise.
Infatti il verbale del 1603 indica che la cassa fu ritrovata a 5,20 metri dall’altare, senza specificare dove fu riposta, lasciando intendere che fu rimessa nello stesso luogo. Ora, misurando dalla mensa 5,20 metri non si arriva al coretto ma ai banchi antistanti. E anche misurando dal gradino della balaustra si arriva in corrispondenza dell’esterno dell’arco, ben prima degli stalli.
Invece nel 1846 la cassa fu trovata in fondo al coretto, proprio nel muro del coro di fronte all’altare come riferisce Pansa.
Il capo da allora è esposto alla pubblica venerazione. La cassa di marmo fu murata nella parete della scala che conduce in cripta. Alcuni pochi frammenti furono trattenuti. Le altre ossa in una nuova cassa d’argento furono riposte lì dove furono ritrovate, in fondo al coro, dove il cardinale Pietro Capuano aveva deciso di celarle.

Fonti:

I verbali di ritrovamento del 1603 e del 1846 sono stati trascritti e pubblicati da D. Andrea Colavolpe, Amalfi e il suo Apostolo, Salerno 2001, pp. 233 ss.;

F. Pansa, Istoria dell’antica repubblica d’Amalfi, vol. I, p. 291

La notizia che le altre reliquie ritrovate nel 1846 furono rimesse sotto al coretto è in L’Apostolo S. Andrea e la Città di Amalfi, § 1, Circa la traslazione del Corpo del S. Apostolo, appendice al Sinodo De Dominicis pubblicato nel 1904, p. 190.

M. Camera, Memorie storico diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, Salerno 1876, vol. I, p. 393.

Il ritrovamento del Capo di S. Andrea Apostolo

Il 28 gennaio prossimo ricorre il CLXXV anniversario del ritrovamento della reliquia de Capo dell’Apostolo Andrea ad Amalfi.
E’ una data che tutti gli Amalfitani conoscono bene. Accadde che alle ore una e tre quarti del 28 gennaio 1846, scavando sotto il coretto della cripta, fu rinvenuta a circa otto palmi sotto terra un’urna marmorea con sopra scolpita una croce e la seguente iscrizione: “Corpus Sancti Andreae Apostoli“.
Appena ritrovata, la suddetta cassetta di marmo, fu portata processionalmente nella sacrestia della Cattedrale e lì tenuta fino alla ricognizione avvenuta il 29 gennaio . Quando fu aperta, nell’urna vennero trovate numerose ossa fra cui la testa dell’Apostolo che oggi è custodita nella Cappella della riconciliazione ed è visibile in ogni momento dell’anno. Quello del 1846 fu il secondo ritrovamento del Capo. Infatti il primo avvenne il 2 gennaio 1603 sempre nel medesimo luogo a 395 anni dal suo nascondimento operato dai canonici amalfitani nel 1208, anno della Traslazione.

La Santa Messa Pontificale ed il rito della Manna in diretta streaming a partire dalle ore 18:30

Messa Pontificale e Reposizione Bambino Gesù

Alle ore 18:30 dalla Basilica Cattedrale di Amalfi, con la diretta streaming della Santa Messa Pontificale dell’Epifania del Signore celebrata da Sua Ecc.za Rev. Mons Orazio Soricelli, si chiude il Tempo del Natale.

Al termine della Messa ci sarà la Reposizione del Bambino Gesù.

La diretta sarà trasmessa anche su RTC 4Rete, al canale 654 del digitale terrestre.

Tag: notizie

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