Omelia dell’Arcivescovo di Napoli Mons. Domenico Battaglia

La statua di S. Andrea ed i suoi ornamenti

di Antonio Amatruda

La statua d’argento di S. Andrea Apostolo, patrono di Amalfi, fu commissionata dall’arcivescovo Mons. Michele Bologna all’argentiere Giuseppe Conforto su disegno e modello dello scultore Matteo Bottigliero, discepolo di Lorenzo e Domenico Antonio Vaccaro.

L ‘opera fu pronta per la festa del 30 novembre 1717 secondo le caratteristiche che presule e argentiere pattuirono il 10 luglio 1717. Eccone alcune: la statua da sopra la pedagna alla testa avrebbe dovuto essere alta quattro palmi (cm 104); il braccio destro col gomito appoggiato alla croce dorata ed in mano un mazzo di fiori recante al centro la reliquia dell’Apostolo; il sinistro abbracciare il libro del Vangelo aperto anch’esso dorato.

Il costo della manifattura fu di 500 ducati. L’argento fu fornito da mons. Bologna e in precedenza l’argentiere si era obbligato a non utilizzare più di ottanta libbre di metallo. Evidentemente questa era la quantità di cui disponeva il presule.

Dal poemetto Le Glorie di Mons. Bologna composto dal poeta di Tramonti Matteo Abbate poco dopo la morte del presule, apprendiamo come egli riuscì a procurarsi l’argento necessario:

Alla sua casa poi pensò mandare

tutto l’argento suo fece venire

con dire che voleva comitare

molti signori, e non potea complire

venne l’argento e senza pur tardare

in Napoli mandollo con ardire

La statua fe fare com’è noto

A Sant’Andrea Suo e sciolse il voto.

Mons. Bologna dunque utilizzò l’argento del vasellame di famiglia che chiese ai suoi parenti col pretesto di non sfigurare in occasione di un banchetto. E’ opportuno ricordare che i Bologna erano nobili, patrizi napoletani e duchi di Palma, l’attuale Palma Campania.

Sciolse il voto. Così si concludono i versi. Dallo stesso poema apprendiamo che una grave malattia colpì l’arcivescovo e fece temere per la sua vita quando iniziò i lavori per trasformare il duomo. Attribuì la guarigione all’intercessione di S. Andrea per cui il presule provvide ad abbellire la cattedrale secondo i nuovi gusti barocchi con ancora maggiore impegno. La realizzazione della statua fu il culmine di un’immane attività che impegnò l’arcivescovo più di dieci anni e costò più di 20.000 ducati come emerge dalla lapide commemorativa posta in duomo accanto alla porta di bronzo.

Nella mano destra al centro della ghirlanda di fiori vi è una reliquia del ginocchio di S. Andrea, la rotula, reliquia che in precedenza era inserita nel petto della statua in rame dorato.

Il reliquiario d’argento a forma di medaglione che pende dal collo contiene due pezzetti di legno uniti in croce decussata. Sono reliquie delle croci del martirio dei due fratelli S. Pietro e S. Andrea. Questo interessante particolare non si rinviene in due inventari degli inizi dell’ottocento in cui si descrive la “reliquia nel petto col legno della sua croce”, quindi del solo S. Andrea.

L’ultimo inventario presente nell’archivio capitolare, del 1931, specifica ancora una volta che si tratta delle reliquie dei legni del martirio dei due Apostoli. Probabilmente l’autore, il canonico del duomo don Giacomo Covone, aveva sotto mano l’antico inventario del 1743 e su di esso basò la descrizione.

Il medaglione attuale  fu realizzato nel 1765 e sostituì il precedente descritto nel 1743 vendendo gli ex voto che erano appesi alla statua. Quasi tutti i donatori degli ex voto venduti sono anonimi. Tuttavia c’è un’eccezione che piace brevemente citare. Il 29 novembre 1731 davanti al notaio Giuseppe Casanova l’amalfitana Angela Cimino affermò che i mesi passati era stata colpita da febbre maligna per cui era stata licenziata dai medici ed aveva ricevuto anche i Sacramenti, in pratica non c’era più niente da fare. Fece perciò voto a S. Andrea che se fosse guarita avrebbe donato 

la catenina d’oro più grande che aveva. Ottenuta la guarigione per intercessione dell’Apostolo, consegnò al sacrista maggiore una “cateniglia d’oro” di tre once meno un terzo, equivalenti a circa 70 grammi, da appendere al collo della statua di argento.

***

Dalla visita pastorale di mons. Scorza del 1743 apprendiamo alcuni particolari della statua.

I fiori nella mano sinistra.  Il sacerdote don Onofrio Aurisicchio di Atrani, già Vicario Generale di mons. Bologna, nel suo testamento lasciò 15 ducati per un fiore di argento da eseguire per S. Andrea oppure un’altra suppellettile a discrezione degli eredi.  Un analogo legato era previsto per la statua di santa Maria Maddalena di Atrani.

Il nipote dottor Orazio Aurisicchio donò il fiore il 31 ottobre 1732. Come dichiarò al notaio i motivi del gesto erano di adempiere al legato, la devozione ed affetto che portava per S. Andrea ed affinché si accrescesse la devozione dei fedeli verso l’Apostolo.

L’opera aveva un valore di trenta ducati ed è così descritta: “un fiore d’argento consistente in tre fiori, cioè quello di mezzo ad uso di Garofalo, e l’altri due in una Nemola, et in un Ranuncolo grossi”Fu consegnata a don Giovanni Battista  Gambardella Tesoriere e Sacrista maggiore della Cattedrale il quale ricevendolo promise di porlo nelle mani di S. Andrea e di non toglierlo per nessun motivo.

I tre fiori dunque sono al centro un garofano ed ai lati un ranuncolo ed un’anemone. Tuttavia non è chiaro quale sia l’uno e quale l‘altro.

Sono fiori non casuali ma ciascuno dotato di un preciso significato. Ad esempio il garofano spesso è simbolo del martirio.  La simbologia dei fiori nella storia dell’arte non è univoca ma cambia in base all’epoca e al contesto, per cui è opportuno che si pronuncino gli esperti in materia.

***

Il busto di S. Andrea in occasione delle feste del 27 giugno e 30 novembre è ornato del collare dell’Ordine del Toson d’oro e di una crocetta di smeraldi, esposti  durante l’anno nel museo diocesano ( vedi il collare  e  la crocetta).

La provenienza del collare dell’Ordine del Toson d’oro è ignota. Un fermaglio d’argento riporta lo stemma di mons. Pietro Agostino Scorza, arcivescovo dal 1731 al 1748. Tuttavia è assai improbabile che provenga dalla sua famiglia in quanto erano nominati cavalieri dell’Ordine solo i membri delle case regnanti e i maggiori nobili d’Europa.

La crocetta di smeraldi è dono dell’arcivescovo Silvestro Miccù (1804 – 1830), francescano dei Frati Minori Osservanti. Egli nel suo testamento lasciò alla cattedrale due croci pettorali. Una di pietre false da collocarsi al petto della statua di bronzo della cripta. Dell’altra di pietre autentiche cosi dispose: “E l’altra atra croce di pietre fine voglio che si adorni il petto della statua grande di argento dello stesso santo apostolo”. Nell’inventario stilato dopo la sua morte, nel 1830, la crocetta con pietre preziose è così descritta: “Una croce con brillanti e pietre verdi per uso episcopio e laccio di margheritina e fiocchi d’oro” del valore di 205 ducati.  E’ appunto il prezioso oggetto che da allora possiamo ammirare al petto del Santo in occasione delle feste.

In viaggio con Maria ultima puntata

In questa ultima domenica del mese di maggio, si conclude il ciclo dedicato alla Vergine Maria.
Il Centro Televisivo Cattedrale di Amalfi, ringrazia per la preziosa collaborazione Paolo Belluccio, il narratore delle storie ascoltate in queste 5 puntate.
A Maria, madre di Gesù e madre nostra rinnoviamo l’omaggio della preghiera e della venerazione affinché volga i suoi occhi misericordiosi ed implori per noi Dio, Padre di misericordia, perché ci doni un orizzonte di speranza e di pace, sollevi gli afflitti e i sofferenti e quanti sono nella prova.

S. Filippo Neri e S. Ignazio di Loyola compatroni di Amalfi

Il quarto centenario della proclamazione di S. Filippo Neri e S. Ignazio di Loyola compatroni di Amalfi (1622 -2022)

Il 12 marzo 1622 papa Gregorio XV proclamò Santi cinque grandi figure del cattolicesimo: Filippo Neri, Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Isidoro e Teresa d’Avila.

S. Filippo Neri e S. Ignazio di Loyola erano particolarmente venerati ad Amalfi tanto che nello stesso anno furono proclamati compatroni della località costiera.

Il 30 luglio 1622 il Capitolo amalfitano deliberò di supplicare il Vicario generale, Federico Conti, affinché proclamasse S. Filippo Neri protettore sia del Capitolo sia della Città per le tante grazie che concedeva la mano di Dio grazie alla sua intercessione.  Inoltre chiedeva che fosse festeggiato come gli altri compatroni e destinato al suo culto un altare nella chiesa del Crocifisso. Il giorno seguente, 31 luglio, il governo cittadino presentò una richiesta simile affinché il Santo fosse annoverato tra i protettori del paese.

Le suppliche furono accolte dal Vicario, sebbene la data precisa in cui il santo fiorentino fu proclamato compatrono è ignota. I padri dell’Oratorio fecero dono alla chiesa amalfitana di alcune reliquie di S. Filippo, un frammento del fegato e il manico dell’abito. L’ingresso delle reliquie avvenne con una solenne cerimonia il 17 settembre 1622.  Il rito ci è noto grazie ad una cronaca lasciataci dal notaio amalfitano Silverio Vinaccia.

Le reliquie, collocate in un busto dorato (oggi esposto al Museo Diocesano), furono portate da Napoli nella chiesa di S. Pietro a Cetara, allora confine orientale della diocesi.

Qui giunsero via mare vicario, capitolo, clero e numerosi fedeli amalfitani con trenta barche. Su una erano state poste le statue degli altri compatroni cittadini, S. Macario, S. Vito e i SS. Cosma e Damiano.

Vicario e Capitolo scesero a terra. Il busto reliquiario di S. Filippo fu messo in una barca, precisamente una feluca, su un altaretto coperto da un baldacchino con lampioni accesi. Il corteo di barche mosse in direzione di Amalfi. Il vicario e una parte del clero presero posto nella feluca con S. Filippo. La barca non avanzò a remi ma fu rimorchiata da un’altra dove erano le statue degli altri compatroni e il rimanente clero.

“Con grandissima festa suoni, canti, trombe, organo, tamborri, et disparare dall’archebuscieri, et dalle torre et castelle” S. Filippo fu calato nelle marine di Maiori, Minori ed Atrani, dove erano stati allestiti degli altari, al canto del Te Deum ed altre lodi.

Finalmente il corteo arrivò ad Amalfi salutato da spari dalle torri cittadine, suono di trombe e archibugiate, in una città illuminata da mille torce e tra una moltitudine di fedeli.

Due canonici portarono il reliquiario in processione sino ai piedi della scalea del duomo dove ad accoglierlo era la statua di S. Andrea. (si tratta di una statua precedente a quelle oggi presenti in duomo, non più esistente).

Il vicario in ginocchio pregò affinché S. Filippo proteggesse la città. I deputati del governo cittadino, Francesco d’Afflitto e Giovan Domenico Casabona ratificarono di nuovo il decreto di nomina a compatrono.

Il busto reliquiario fu collocato in un altare alla chiesa del crocifisso.  La devozione ed i voti per il santo fiorentino accrebbero grazie a un avvenimento miracoloso accaduto lo stesso giorno. La mattina stava “lampando et tronando et piovellicando” ma appena le barche presero la via del mare alla volta di Cetara il tempo si rasserenò restò lucido il cielo, senza pioggia né tuoni ma con il sole con l’aria specchiata.

E’ probabile che il culto a S. Filippo Neri fu introdotto ad Amalfi da un sacerdote locale che esercitava il suo ministero nella congregazione dell’Oratorio di Napoli, padre Donatantonio Rosa (per approfondire leggi qui pp. 656 – 657).

Egli tre anni dopo l’ingresso solenne delle reliquie, nel 1625, fondò con alcuni sacerdoti amalfitani un oratorio filippino (per approfondire leggi qui) presso la chiesa di S. Maria Maggiore o Chiesa Nuova. Si insediarono in uno stabile di fronte alla chiesa che donò loro Ferdinando Amendola il 14 gennaio 1625 (oggi vi è un ristorante).

L’oratorio amalfitano ebbe vita breve. Nel 1655 vi erano solo due padri. L’anno successivo padre Donatantonio Rosa rassegnò le dimissioni nelle mani dell’Arcivescovo.

Nel settembre 1622 fu proclamato compatrono anche S. Ignazio di Loyola con lo stesso iter seguito per S. Filippo Neri. In questo caso fu il chierico D. Giulio Bonito a caldeggiare la nomina tramite il Capitolo per la grande devozione che la sua famiglia aveva per il Santo. Anche di S. Ignazio furono donate delle reliquie in un busto oggi esposto al Museo diocesano accanto a S. Filippo Neri.

Le reliquie dei due Santi, così come degli altri compatroni e di molti altri, nella prima metà del XVIII secolo furono tolte dagli originali reliquiari e collocate in altri busti di fattura simile oggi esposti nella cappella del coro.

S. Filippo Neri e S. Ignazio di Loyola sono stati festeggiati come patroni minori di Amalfi e di conseguenza con un ufficio divino particolarmente solenne di rito doppio maggiore (leggi qui per il significato) sino all’episcopato di mons. Angelo Rossini (1947 – 1965).

E’ opportuno segnalare che nel periodo in cui ad Amalfi vennero proclamati per compatroni i citati Santi fiorivano in tutta la chiesa tali iniziative che talora portarono a nominare  anche semplici beati, non ancora cioè proclamati santi. Fu il caso, ad esempio, di S. Andrea Avellino, dichiarato compatrono della chiesa napoletana nel 1625 quando era solo beato. Per porre termine agli abusi e le troppo frequenti proclamazioni di patroni intervenne papa Urbano VIII nel 1630 con il  Decretum pro patronis in posterum eligendis che tolse il potere di nomina alle diocesi attribuendolo alla Congregazione dei Riti dopo una rigorosa istruttoria.

In viaggio con Maria: il bastone di S. Giuseppe

Continua l’appuntamento con la rubrica di Paolo Belluccio, nella seconda puntata in onda domani 20 maggio, alle 15:30 su YouTube e canali social, si parla della figura di S. Giuseppe promesso sposo della Beata Vergine Maria. Il suo bastone, venerato da quasi tre secoli, fu rubato in un convento di padri carmelitani del Sussex, in Inghilterra, dove si trovava esposto fin dal XIII secolo.

Alla fine la reliquia si è fermata a Napoli nel 1712 come dono al cantante d’opera Giuseppe Grimaldi, detto Nicolino che allestì in casa propria l’esposizione del bastone per la pubblica venerazione a partire dal 1714.
Il 17 gennaio 1795, la reliquia fu definitivamente trasferita nella chiesa napoletana di San Giuseppe dei Nudi.

In viaggio con Maria

in questo mese di maggio, da un’idea del giovane salernitano Paolo Belluccio, educatore e creatore di laboratori amatoriali, prodotto dal Centro Televisivo Cattedrale di Amalfi, un percorso di racconti mariani su racconti di Bruno Ferrero, per rendere a Maria, madre di Gesù e madre nostra, l’omaggio della preghiera e della venerazione ed affinché la Vergine, volga i suoi occhi misericordiosi implorando per noi da Dio, Padre di misericordia, che questa dura prova finisca e che ritorni un orizzonte di speranza e di pace.

La prima puntata sarà trasmessa in diretta, oggi su questa pagina, sui canali social del Centro Televisivo Cattedrale di Amalfi, YouTube e pagina Facebook dell’ufficio per le comunicazioni sociali della Diocesi di Amalfi Cava de’ Tirreni.

Maggio è tradizionalmente il mese dedicato alla Madonna. Dal Medio Evo a oggi, dalle statue incoronate di fiori al magistero dei Papi, è una devozione popolare molto sentita.
Nell’enciclica Mense Maio datata 29 aprile 1965, Paolo VI indica maggio come «il mese in cui, nei templi e fra le pareti domestiche, più fervido e più affettuoso dal cuore dei cristiani sale a Maria l’omaggio della loro preghiera e della loro venerazione.»

Sabato Santo, giorno del silenzio

Sabato Santo è un giorno per meditare sul silenzio di Dio, ma anche sul nostro silenzio per ascoltare meglio la Sua Parola.
Dio alle volte si nasconde per farsi cercare e trovare, fa silenzio perché possiamo meglio gustare la Sua presenza e la Sua voce. Pensiamo al valore del silenzio, con la profondità del pensiero di Madeleine Delbrêl: “Il silenzio non ci manca, perché lo abbiamo.  

Il vero rumore è l’eco che le cose hanno in noi. Non è il parlare che rompe inevitabilmente il silenzio. Il silenzio è la sede della Parola di Dio, e se, quando parliamo, ci limitiamo a ripetere quella parola, non cessiamo di tacere.

Il dolore dei molti, oltraggiati dalla violenza e sofferenza inflitta dalle vicende umane, del nostro tempo, sono lancinanti piaghe inferte al Figlio dell’Uomo, che dice Isaia: “maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca”; fu un silenzio, intimo tormento, che vedrà luce: la vittoria della vita sulla morte.

Buon compleanno don Luigi

Il gruppo del CTC formula l’augurio sincero di buon compleanno al canonico don Luigi Colavolpe, sacerdote zelante della Santissima Trinità e della causa di beatificazione di Mons. Arc. Ercolano Marini; attento sostenitore delle attività del Centro Televisivo Cattedrale di Amalfi di cui è cofondatore, coordinatore e guida, morale e spirituale. AUGURI don Luigi il Signore custodisca il suo umile servo, in salute e santità.

Cristo vive negli occhi e nel cuore di chi ama

Quest’emozionante video di Angelo Anastasio è dedicato a tutti gli amalfitani nel mondo; a chi sa donare un sorriso; a quelli che credono nella forza del bene; al Santo Patrono Andrea che continui ad illuminare e proteggere la città di Amalfi. A tutti quelli che in un anno triste flagellato dalla pandemia hanno perso persone care, trapassate nelle braccia del Padre Eterno, che siano queste immagini di consolazione e giubilo per i loro cari, per la madre terra; diano speranza a te che guardi con occhi di un bambino, capolavoro di Dio. Il Paradiso è qui, Cristo è risorto e vive, perché il mondo vive negli occhi e nel cuore di chi ama.

#LacasadelSignoresialavostracasa

Le origini dell’Arciconfraternita dell’Addolorata

di Antonio Amatruda

Venerdì Santo prossimo si svolgerà normalmente l’Azione Liturgica, la principale celebrazione del giorno della Passione. Molti rimpiangeranno la processione di Gesù Morto, che per il secondo anno non potrà svolgersi a causa della pandemia.

Com’è noto la manifestazione è organizzata dall’Arciconfraternita dell’Addolorata. Per l’occasione piace tracciare un profilo delle origini del sodalizio. Origini tutt’altro che certe come emerge da diverse fonti inedite.

Secondo Matteo Camera fu fondata nel 1765. È quanto scrisse in una lettera in cui indicò le date di istituzione delle congreghe amalfitane. Matteo Camera è il principale storico cittadino. Non solo, ma egli fu anche confratello e priore dell’Addolorata, carica che ricoprì anche il padre. Elementi questi che dovrebbero deporre a favore della fondatezza di tale affermazione.

Tuttavia numerosi documenti dimostrano l’esistenza della congrega dell’Addolorata ben prima del 1765.

Due anni prima, nel 1763, I magnifici Ciro d’Afflitto e Francesco Pisani, deputati dal «Prefetto, officiali e confratelli» della «Venerabile Congregazione della Vergine Addolorata», stipulano il contratto di appalto per la costruzione dell’attuale chiesa.

Il documento, inedito e di notevole interesse anche per la storia della chiesa di Santa Maria Maggiore, sarà oggetto di apposito studio. Andando indietro nel tempo incontriamo il sodalizio in numerosi atti pubblici presenti nella serie dei protocolli notarili dell’Archivio di Stato di Salerno.

Nel 1753 il prefetto Felice di Stefano chiese licenza di poter costruire una nuova sepoltura per gli associati nella chiesa del Crocifisso, in prossimità della porta d’ingresso. La licenza fu concessa dal Capitolo a condizione che i confratelli intervenissero gratuitamente in occasione di funerali dei canonici vestiti di sacco e scapolare e recando lumi.

Tra il 1732 ed il 1735 allo scopo di non tenere «oziosa in cassa» la somma pervenuta dalle elemosine dei confratelli, il sodalizio concede due mutui ed acquista un credito, elementi da cui si evince una certa floridità economica. Nel 1732 il prefetto della «Congregazione della Beata Vergine de Sette Dolori» magnifico Matteo Anastasio, concede un mutuo di 30 carlini d’argento (precisamente una compravendita di beni con patto di retrovendita quandocumque: per il significato leggi qui a pag. 29), mutuo che verrà estinto nel 1747 sotto il prefetto Ferdinando Bonito. Un altro mutuo di 30 carlini è concesso nel 1735. In questo caso per conto della congrega si costituisce il magnifico Filippo Frezza. Infine nel 1733 è il cassiere del sodalizio, magnifico Nicola Alviggi, a versare 22 ducati in monete d’argento per l’acquisto di un credito.

Andando ancora più indietro nel tempo arriviamo al 1701, anno in cui il Capitolo della Cattedrale nominò Eddomadario il reverendo don Antonio Gambardella «Padre Spirituale della Congregazione della Beatissima Vergine dei Sette Dolori in questa Città.»

Fin qui i dati documentali certi. Dunque quando è sorto il sodalizio?

Ad oggi la data certa è ignota. Tuttavia un indizio ci è dato da quanto scrive l’arcivescovo Simplicio Caravita in una relazione ad limina cioè una relazione con cui i Vescovi comunicavano al Papa lo stato dell’Arcidiocesi e l’attività pastorale intrapresa.

Nel 1685 Caravita riferì che su sua iniziativa presso la chiesa di Santa Maria Maggiore erano stati istituiti due oratori, uno di chierici e l’altro di laici in cui si registrava assidua frequenza dei sacramenti e giovamento per le anime e dove ogni giorno era recitato il salterio mariano. Mons. Caravita era in diocesi da tre anni, pertanto la fondazione della Congregazione dell’Addolorata  è databile tra il 1682 e il 1685.

Non ci sono dubbi che in origine la sede della confraternita fosse Santa Maria Maggiore. Gli assensi della curia alla stipula degli atti che abbiamo visto specificano che la congregazione era eretta nella chiesa di Santa Maria Maggiore.

Non deve trarre in inganno il termine usato, cioè oratorio e non congregazione o confraternita. Non bisogna credere cioè che con il termine oratorio « si intenda il luogo di riunione delle confraternite laicali mentre con il termine fraternita la riunione di persone. Anticamente invece il termine oratorio e il vocabolo fraternita quasi sempre anticamente rivestono lo stesso significato cioè sia il  luogo sacro che la riunione di persone che ivi si adunavano» ( G. Martini, Storia della confraternite). I termini oratorio congregazione e confraternita sono perciò tra loro sinonimi.  

In un manoscritto segnalato da Salvatore D’Amato (leggi qui) si riferisce che «per molti anni la chiesa suddetta (cioè Santa Maria Maggiore n. d. a.) se ne son serviti i Confratelli dell’Oratorio della Madre Santissima dei Sette dolori occupando prima la chiesa di sopra, poi quella di sotto per fare l’oratorio et esercitare atti divoti secondo le regole che da essi si osservano, numerandosi fra essi il numero di 600. Ma perché detta chiesa per li medesimi era angusta han stabilito edificare un’altra chiesa come infatti hanno cominciato ad edificare, come infatti cominciarono nel 1763 e infra due anni la hanno terminata che si vede accosto detta chiesa antica ove i confratelli fanno le loro funzioni, lasciando la vecchia chiesa».

L’anonimo autore delinea l’evoluzione della congrega che, dalla chiesa superiore di S. Maria Maggiore, si trasferì per ragioni di spazio nei locali ora intitolati Oratorio S. Filippo Neri che probabilmente comprendevano anche l’attiguo deposito. Inoltre  lo stesso antico sodalizio  dal 1765 si insediò nella nuova chiesa.

Nel 1777 la congrega chiese il regio assenso sulla  fondazione e sul nuovo statuto.

La richiesta venne formulata dall’assemblea degli iscritti, con a capo, si badi, Nicola Amendola nella qualità di prefetto. Invece nello statuto di cui si chiede l’approvazione finalmente è prevista la figura del priore. Il titolo di prefetto testimonia che ancora nel 1777 la congrega funzionava in base agli antichi statuti che appunto prevedevano al vertice tale figura e non il priore.

Tutte le cariche sociali del sodalizio prima delle modifiche apportate nel 1777 ci sono pervenute grazie alla delibera allegata alla richiesta del sepolcro in duomo. Gli ufficiali della confraternita erano: il Prefetto (all’epoca Felice di Stefano, antenato di Gaetano de Stefano, priore dal 1969 al 1980), il Primo Assistente (Domenico Lucibello), il Secondo Assistente (Domenico Amatrudo), sei Consultori (Ciro d’Afflitto, Filippo Bonito, Gennaro Milano, Francesco d’Ancora, il notaio Francesco Maria Cimini, Giuseppe di Pino), il Maestro di Cerimonie (Bartolomeo Gambardella), il Maestro dei Novizi (Francesco Amendola), l’Officiale infermiere (Gaetano Panza). Infine sempre dalla richiesta del regio assenso emerge un altro importante elemento: gli iscritti dichiarano che la loro confraternita è istituita da tempo immemorabile. Ciò è palesemente in contrasto con la data di fondazione di appena dodici anni precedente avanzata dal Camera.

In conclusione possiamo affermare, in base alla documentazione oggi disponibile, che nel 1765 fu inaugurata la nuova chiesa dell’Addolorata voluta dall’omonima congrega nata nella seconda metà del Seicento sulle ceneri dell’Oratorio dei padri filippini ad iniziativa dell’arcivescovo Simplicio Caravita. Sodalizio che, in uno con nuove regole, fu riconosciuto da Ferdinando IV nel 1777.

SS. Quarantore in Cattedrale

Preghiera e solidarietà umana e cristiana alla città di Amalfi e alla sua Chiesa

Anche l’Arcivescovo di Amalfi – Cava de’ Tirreni Mons. Orazio Soricelli ha voluto far giungere alla città e Chiesa di Amalfi la Sua vicinanza per i drammatici accadimenti relativi alla frana che ha interessato il quartiere Vagliendola.

In queste ore di ansia e preoccupazione – scrive il Pastore della Diocesi Amalfitana – Cavense – sono vicino con la preghiera e la solidarietà umana e cristiana alla città di Amalfi e alla sua Chiesa, ferita ancora una volta nel suo fragile territorio, e ai soccorritori nonché a quanti sono impegnati a ridare sicurezza e serenità alla nostra bella cittadina.

La tempestiva rete organizzativa, la generosità di tutti, rendono visibile l’anima collettiva della nostra città. Il mio pensiero – conclude Soricelli – va soprattutto a coloro che hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni: possano ritrovare al più presto il necessario calore della loro casa. L’apostolo Andrea, nostro celeste patrono e il santo vescovo e martire Biagio, continuino ad intercedere e a vegliare su tutti noi.
+ Orazio Soricelli, Arcivescovo

Categoria: Notizie

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